Le periferie non sono luoghi fisici, ma le persone che le abitano

Le periferie non sono luoghi fisici, ma le persone che le abitano

Sono nato in una semiperiferia – accanto a Primavalle – e mi viene la nausea quando sento frasi del tipo “dobbiamo tornare nelle periferie”, “andiamo nelle periferie” come si trattasse di fare un viaggio transoceanico.
A pronunciarle sono quasi sempre quelli che la periferia non l’hanno mai vista di striscio, limitandosi quando pronunciano quelle frasi a intendere cose precise: aprirvi una sezione, asfaltare una strada, togliere i rifiuti, mettere un lampione, deviare un autobus. Tutte cose meritevoli, intendiamoci. Ma la periferia non è quello.
Ora, capisco anche che vi siate tutti innamorati del lavoro di Salvatore Monni e Federico Tomassi, che svolgono un lavoro di ricerca e di divulgazione meritevole ed intellegibile. Ma sarebbe caruccio oltre alle cartine, andando in profondità, capire che la periferia e il centro non sono luoghi fisici, geograficamente collocati ma che anzi essi si qualificano in relazione al disagio delle persone. Certamente poi, come mapparoma spiega, questi possono essere concentrati geograficamente e possono avere anche implicazioni dirette con il voto, ma in alcune strade di San Saba trovi periferia, in alcune strade dell’Axa trovi centro, in alcune zone di Testaccio trovi periferia, nelle ville del Pescaccio trovi centro.
Detto questo, le periferie tradizionalmente intese sono soprattutto le persone che ci abitano: sono i disoccupati, sono quelli che hanno un guadagno medio inferiore ai 400 euro/mese, sono gli autisti e gli operai, sono tantissimi cittadini stranieri, le donne disoccupate (nonostante la laurea), i giovani che sono fuori dal mercato del lavoro e della formazione, i cittadini che non hanno completato la scuola secondaria, le famiglie che non hanno asili nido vicino casa nè connessione internet e con più alto potenziale di disagio economico, etc. etc.

E allo stesso tempo sono quei luoghi dove vive il talento puro, la creatività, la fame di arrivare, la voglia di dimostrare le proprie qualità, dove il riscatto sociale è un fermento vivo. E quando si riesce per una serie di fattori ad incanalare le energie giuste nel modo giusto succedono cose straordinarie. Come quei due ragazzi che da un garage di San Basilio, sono arrivati a produrre un amaro (l’amaro “Formidabile”) che al campionato del mondo dei distillati ha sbaragliato tutti i concorrenti stranieri. Come una ragazza di nome Elodie figlia di un’immigrata della Guadalupa che partendo dal Quartaccio arriva a salire sul palcoscenico di Sanremo, a diventare idolo dei teen e a vendere centinaia di migliaia di copie. Come un ragazzo qualunque di Dragona di nome Enrico figlio di immigrati siciliani e abruzzesi che frequentando la scuola per comici di Gigi Proietti arriva ad essere uno dei più noti attori e comici italiani. Come un ragazzo di nome Lorenzo che calcando i campi di calcio tra Via del Mandrione e via dell’Acquedotto felice dell’Almas Roma, arriva ad essere titolare della Roma e della Nazionale (proprio a via del Mandrione dove sotto gli archi si trasferirono gli sfollati del bombardamento di San Lorenzo e con gli anni divenne zona di baracche e prostitute più volte citata da Pasolini). Sono quei luoghi complessi dove trovi straordinari esempi di vitalità, umanità e reti di solidarietà inimmaginabili, accanto al tizio che sta ai domiciliari per furto, accanto al tossico che mena alla madre che si rifiuta di dargli i soldi per la dose, accanto a quelli che aspettano il camion dell’associazione della protezione civile di zona per prendere qualche cosa da mangiare, accanto a quelli che vendono clandestinamente l’occupazione delle case popolari.

Ecco stare in periferia non significa solo essere materialmente presenti lì, questo certamente è un pezzo del lavoro. Significa piuttosto essere, e anche farsi sentire, vicini a quel disagio costruendo sviluppo (sostenibile) che garantisca una protezione a sinistra e di sinistra. Se la protezione non gliela diamo noi ne arriverà una sovranista o una populista che non risolverà i problemi. Quindi il tema, prima di aprire la sezione in periferia, è: siamo culturalmente, politicamente, umanamente vicini a quei problemi o no? Consideriamo gli autisti dell’Atac e gli operai dell’Ama -che in periferia stanno- a volte un bacino di voti altre volte una zavorra da svendere, oppure patrimonio della città? Sono un giocatore che gioca nella nostra squadra o un avversario?
Abbiamo in mente che non parliamo di una mappa disegnata ma di una realtà di una complessità fuori dal comune?
La amiamo questa periferia o ci fa schifo?
Ecco la differenza tra chi si vuole occupare della periferia e chi solo del centro sta tutta qua: nel governo della complessità come sempre e nell’attitudine con la quale ci si occupa del governo di questa meravigliosa città.

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