Il senso di Francesco Totti per #Roma

Il senso di Francesco Totti per #Roma

Francesco Totti è una persona vera che non ha mai tentato di essere o sembrare qualcun altro. È la prima cosa che ti salta agli occhi di lui. Non ha mai nascosto la sua romanità, anzi l’ha sempre ostentata con sfrontato orgoglio. Dal dialetto, alle battute, alla gestualità, ai gesti tecnici sul campo. Non ha mai mascherato la sua ignoranza, anzi ci ha saputo ridere sopra trasformando questo limite in un’opportunità per gli altri. Con quel libro di barzellette interamente devoluto a Roma ha dimostrato che l’autoironia è intelligenza e generosità verso gli altri. Significa conoscere i propri limiti ma anche le proprie potenzialità. E Francesco è diventato un grandissimo campione di calcio non solo perché qualcuno gli ha donato piedi d’oro ma esattamente per queste ragioni. Perché a testa alta ha affrontato il mondo rimanendo se stesso: il ragazzo di Via Vetulonia, con i propri limiti ma con il proprio straordinario talento che non ha paura di confrontarsi con chiunque, che non ha cercato di essere Maradona o Platini ma ha spiegato al pianeta chi è Francesco Totti e che da Porta Metronia si può conquistare il mondo. Nella vita timido, introverso, a volte burlesco ma nel campo l’atteggiamento serio di chi non ha paura di nessuno. E Francesco è stato bravo nella sua carriera a non eccedere mai nella tentazione squisitamente romana e perfettamente rappresentata dal Marchese del Grillo dell’ “Io so io, e voi non siete… ”. Ma, al contrario, ha saputo dimostrare il suo valore nel rispetto del valore degli avversari. Perché in fondo un romano non può avere timori reverenziali per nessuno. E Francesco Totti non li ha avuti per nessuno pur sapendo chi aveva di fronte: né per le grandi squadre del Nord (né per l’Inter alla quale rifila due gol da antologia del calcio seminando mezza difesa e facendo un pallonetto imprendibile né contro la Juve, il suo gesto del 4-0 a Tudor rimane nelle menti di tutti noi juventini purtroppo); non li ha avuti nei confronti del dischetto del rigore in semifinale di Coppa Europa quando col famoso “chiucchiaio” beffò Van der Sar; non li ha avuti all’ultimo minuto di una partita contro l’Australia decisiva dei Mondiali vinti poi dall’Italia del 2006 quando al 90’ deve andare sul dischetto e segnare con la squadra in 10; non li ha avuti al Santiago Bernabeu quando segna, batte il Real ed esce tra gli applausi; non li ha avuti in occasione di due cross ricevuti da destra verso sinistra e al volo ha piazzato la palla nell’angolo più lontano contro Udinese e Sampdoria; non ha avuto paura nei derby dal pallonetto contro Peruzzi, alla maglietta “Vi ho purgato ancora”, alla spaccata del recente 2-2. Tutte occasioni nelle quali basta un niente per rimediare una figuraccia storica. Invece Porta Metronia non si è intimidita di fronte al Mondo ma lo ha sfidato e battuto fino a 40 anni diventando il quartiere più vecchio d’Europa a segnare in Champion’s.
E non si è fermato qui. Lo ha fatto rimanendo attaccato alla sua famiglia, alle sue radici. Alla famiglia di provenienza e a quella che ha costruito con sua moglie. Lo ha fatto con educazione, con generosità (e badate non mi riferisco al finanziamento fatto ai centri anziani di Roma o al contributo alla A.S. Roma in momenti critici per salvarla o altre mille occasioni di beneficenza pubblica e privata), con lealtà, donandosi alla sua società per 25 anni quando aveva avuto offerte economicamente ben più allettanti; dedicandosi alla sua città interamente, dal suo Sindaco fino all’ultimo dei bambini che gli chiedeva una foto. Mai spazientito e consapevole sempre del suo ruolo.
Ha mostrato con l’esempio che Roma non è un autobus dal quale si sale e si scende, ma è Roma. Unica al mondo. E qui si resta. Certificando la sua attrattività.
Ha fatto degli errori in carriera? Certamente, chi non ne fa? La vicenda Poulsen e quella Balotelli sono errori, ma non potranno mai minimamente intaccare “il senso di Totti per Roma”.

E badate chi pensa che questo sia un post compiacente si sbaglia di grosso. Non è il mio carattere. Sono fieramente juventino fino al midollo. Vuole invece essere un post sulla città di Roma. Perché Francesco Totti ha rappresentato l’esatto prototipo di quello che dovrebbe fare la città.
Roma deve fare Roma, riconoscendo i propri limiti e valorizzando i propri talenti: non insegua la finanza semmai la cultura, non insegua la globalizzazione semmai la ricerca, non insegua l’industrializzazione semmai l’innovazione, non si abbandoni alla falsa modernità ma sappia guardare al futuro in una logica contemporanea abbracciando la sua storia, non insegua l’espansione semmai la densificazione, non consumi suolo ma preservi l’Agro Romano e la cintura dei parchi, non insegua il protezionismo ma come capitale della cristianità si apra al mondo e alle religioni, non insegua il provincialismo ma sia caleidoscopio di idee e culture. Non cercare di essere qualcos’altro. Non inseguire modelli di sviluppo stranieri e lontani ma sappia costruire un vestito adatto a sé partendo da quello che è. Senza ripiegarsi su se stessa ma utilizzando quell’orgoglio sfrontato che è nel suo Dna per sfidare e competere con il nord e con il mondo. E lo deve fare con la generosità di pensare ai propri ultimi e di pensare che può svolgere un ruolo universale di cultura, di pace e di conciliazione.

Nel rispetto di tutti ma nella convinzione che se arriva un cross da destra e Roma sta sulla bandierina del calcio d’angolo a sinistra, Roma la può anche prendere al volo di sinistro che non è il suo piede e la palla con un leggero effetto può insaccarsi sotto il set dall’altra parte.

Roma ce la può fare. Se solo sapesse di essere Roma.

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