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La riorganizzazione dei municipi di Roma

Scusate scrivo questa breve nota in punta di piedi perchè leggo e sento in giro tante interpretazioni bislacche anche da parte di autorevoli esponenti istituzionali sulla questione della riorganizzazione dei municipi di Roma. Chi inventa norme mai esistite, chi le interpreta in modo destituito di qualsiasi logica e fondamento, chi le stiracchia per fini propri. Spero di fare cosa gradita riportando le due norme che all’interno dell’iter Roma Capitale, sul tema municipi bisogna prendere in considerazione. Chi racconta altri articoli, altre norme, altre leggi guardatelo con diffidenza.

Allora, il primo articolo è l’art. 3 co.5 del decreto 156/2010, quello che noi volgarmente chiamiamo il I Decreto, che dice “L’Assemblea capitolina, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo di attuazione dei principi e dei criteri direttivi di cui all’articolo 24, comma 5, lettera a), della legge 5 maggio 2009, n. 42, del presente decreto, approva lo statuto di Roma Capitale che entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Lo statuto disciplina, nei limiti stabiliti dalla legge, i municipi di Roma Capitale, quali circoscrizioni di decentramento, in numero non superiore a quindici, favorendone l’autonomia amministrativa e finanziaria“.

Quando questa norma parla dei criteri direttivi di cui all’art.24 co.5 lettera a) della 42/2009 a cosa si sta riferendo? Si sta riferendo a quello che noi tutti volgarmente chiamiamo il II Decreto, quello cioè che dovrebbe essere pubblicato in GU entro il 21 novembre e che dovrebbe devolvere funzioni e poteri a Roma Capitale, cioè il decreto dove c’è la “ciccia”.

Cosa dice, infatti, questo art.24 co.5 lett.a)? Dice: “Con specifico decreto legislativo, adottato ai sensi dell’articolo 2, sentiti la regione Lazio, la provincia di Roma e il comune di Roma, è disciplinato l’ordinamento transitorio, anche finanziario, di Roma capitale, secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) specificazione delle funzioni di cui al comma 3 e definizione delle modalità per il trasferimento a Roma capitale delle relative risorse umane e dei mezzi”.

Dunque ricapitolando il sopra riportato art.3 stablisce che qualora venisse fatto il famoso II Decreto, a partire dal 21 novembre il Comune di Roma avrebbe 6 mesi di tempo per rifare lo Statuto di Roma Capitale e per ridurre i municipi fino a 15 (fino a 15: cioè possono essere ridotti a 2, come a 10, come a 13). Dunque ammettendo che il II Decreto venga pubblicato (cosa non scontata) e venga pubblicato il 21 novembre, il Comune dovrebbe entro il 21 maggio 2012 riorganizzare i municipi fino a portarli ad un massimo di 15.

La riorganizzazione dei municipi secondo le norme dettate dall’art.3 del 156/2010 non avrà luogo se non ci sarà il II Decreto che è indispensabile a far scattare i 6 mesi, ed è assai dubbio -visto l’art. 24 sopra riportato- che questa ripartizione possa avvenire qualora ci sia un decreto che, però, non devolva funzioni effettive.

Ciò vuol dire che il Comune di Roma non potrà provvedere a riorganizzare la suddivisione del proprio territorio? Assolutamente NO. Il Comune può in via ordinaria provvedere alla nuova ripartizione territoriale quando vuole, modificando lo Statuto e i regolamenti vigenti con le maggioranze opportune, ma a quel punto lo farebbe fuori dall’iter di Roma Capitale e dunque non avrebbe più l’obbligo del limite di 15 municipi (li potrebbe ridurre anche a 18) e dei sei mesi di tempo.

Qualora, invece, si resti nell’iter di Roma Capitale e venga pubblicato in GU entro il 21 novembre il II Decreto e qualora esso devolva funzioni a Roma Capitale e qualora entro il 21 maggio non si riducano a 15 i municipi, allora potrà intervenire il Prefetto che con i poteri di ufficiale di governo applicherà le norme.

Sperando di aver fatto cosa gradita, spero anche che autorevoli esponenti istituzionali si esimano per il futuro dal proferire altre enormità su questa materia delicata. Intanto aspettiamo il 21 novembre e vediamo che fanno.

Lascia un commento 17 novembre 2011

Roma quasi come Genova

Genova non è lontana da Roma. A Roma dall’antichità ad oggi si sono verificate 132 inondazioni l’ultima delle quali neldicembre 1937 (con una portata di 2750mc/sec e un’altezza di 16,84m).

Quella più alta mai registrata avvenne nel dicembre 1598 (portata di 4000mc/sec e un ‘altezza di quasi 20 metri) durante la quale crollarono tre arcate di ponte senatorio che non furono pù ricostruiite e quindi ribattezato dai romani “Ponte rotto”. Ma quella ricordata con il maggior numero di lapidi è l’inondazione del dicembre 1870 (con una portata di 3300mc/sec e un’altezza di oltre 17m) che costrinse Vittorio Emanuele II a venire a Roma per la prima volta in treno da Firenze l’ultimo giorno dell’anno. In memoria di tutte le varie inondazioni, oltre alle numerose lapidi in giro per la città, c’è la colonna del Porto di Ripetta.

Le cause che hanno reso Roma così vulnerabile nei confronti del Tevere sono di natura diversa:

1) la estrema variabilità della portata d’acqua del Tevere che in media si attesta sui 240 mc/sec e che può però  arrivare a casi in cui (come nel 1598) sale a 4000mc/sec;

2) Le due grandi anse del Tevere dentro Roma sono un problema (quella tra Ponte Faminio e Ponte Risorgimento, e quella tra Ponte Cavour e l’Isola Tiberina) perchè il fiume in piena tende a tagliare e cerca un percorso più dritto possibile dunque dentro la città;

3) la scarsissima pendenza dell’alveo del fiume (Roma nel più alto a Monte Mario misura 181m sul livello del mare e in quello più basso al pantheon 12m) non favorisce il deflusso delle acque;

4) due ponti Ponte Milvio e Ponte S.Angelo costituiscono due veri e propri tappi per il deflusso delle acque in situazione di piena. Oggi più Ponte Milvio a dire la verità che è il primo che il fiume incontra. Sono delle vere e proprie dighe dentro la città.

5) Alcuni affluenti del Tevere nel letto alto in particolare il Paglia hanno dei letti particolarmente impermeabili, dunque più piove su, più l’acqua arriva a valle perchè non riesce ad essere drenata dal terreno del letto degli affluenti (le morie dei pesci avvengono non per l’acqua inquinata ma per la carenza di ossigeno nell’acqua);

6) I bacini di esondazione a nord di Roma nella zona di Monterotondo non sono sufficienti e vanno ampliati e riqualificati.

7) riqualificare da subito e riorganizzare il sistema idraulico secondario di Roma mai ripensato da nessuno.

8) oggi con un problema in più rispetto ad inizio secolo: i cambiamenti climatici rendono le precipitazioni molto più copiose di un tempo come si è visto a Genova.

Se la piena del 1937 non fece i disastri del 1870 lo dobbiamo solo a uno statista lungimirante che decise di investire su Roma affidando a progettisti capaci il compito di redigere un piano idraulico che mettesse in sicurezza Roma. Quello statista si chiamavaGiuseppe Garibaldi che nel 1875 spinse il Parlamento a finanziare l’opera e quel progettista si chiamava Raffaele Canevari che fece costruire i muraglioni in travertino che noi conosciamo, che includevano i lungotevere, sotto i quali vennero relizzati i collettori che raccoglievano l’acqua delle fognature (che prima andavano direttamente nel fiume) convogliandola e portandola più a valle.

Ecco oggi direi che invece di un Governo finito, di una Presidente della Regione immobile e soprattutto di un Sindaco finto che col cappelletto va a Ponte Milvio ogni volta che si alza il livello del fiume o si siede a far bella mostra nella sala di controllo della protezione civile, noi avremmo bisogno di uno statista vero che si occupasse di almeno 5 cose prioritarie:

1) si adoperi presso affinchè le competenze sul fiume così frammentate che vedono almeno 12 enti diversi (dall’Autorità di Bacino, all’Ardis, ai Comuni, ai diversi assessorati delle Regioni, etc.) agire sulla politica fluviale ed idraulica del Tevere possano essere accorpate in modo da avere decisioni più semplificate e snelle;

2) costruire dei sistemi di dighe sugli affluenti del Tevere che drenano più difficilmente acqua;

3) ampliare e riqualificare i bacini di esondazione a nord di Roma;

4) si è parlato molto nella tragedia di Genova del “tappo” costituito dagli archi del ponte della ferrovia di Brignole che avrebbeero fatto esondare il Bisagno e il Rio Fereggiano. Anche Roma ha il suo “tappo” che Ponte Milvio: ci si occupi di progettare dei sistemi idraulici che alleggeriscano la pressione in quel punto e a Ponte S. Angelo.

5) il rifacimento e la riprogettazione di tutto il sistema idraulico secondario di Roma.

Costo almeno 300 milioni di euro.

E’ utopia tutto ciò? E’ chiedere troppo dopo Genova? Dalle simulazioni fatte dall’Ardis se ci fosse oggi la piena del 1937 il Tevere inonderebbe Roma a destra fino a PIazza Mazzini e a sinistra fino a Piazza del Popolo. Ah dimenticavo la ciclicità è di circa 100 anni, dunque ci siamo quasi.

E allora perchè non si fa? Per incapacità, per ignoranza, per incuria e anche perchè sapete come il popolo romano ha ringraziato l’ingegner Canevari per aver salvato Roma? Dedicandogli una piccola stradina sulla Salaria vicino Monterotondo e quando sento che vengono dedicate strade e piazze, monumenti e giardini “alla qualunque”, mi viene un po’ da riflettere.

E scusate lo sfogo.

Lascia un commento 17 novembre 2011

Il Pd: “Via Panzironi dall’Ama o usciremo dal cda dell´azienda”

(Repubblica 19 luglio 2011)

di Giovanna Vitale

L´ultimatum al sindaco in un documento votato all´unanimità: rimuovere l´amministratore delegato

Il tempo delle minacce è finito. Ora siamo all´ultimatum. O l´amministratore delegato di Ama, quel Franco Panzironi che secondo l´opposizione ha indebitato fino al collo e mal gestito l´azienda capitolina per la raccolta dei rifiuti, fa le valigie e se va, oppure alla prossima assemblea dei soci il Pd non designerà il suo rappresentante in seno al cda.

I democratici non vogliono più restare a guardare, assistere senza fiatare alla rovina dell´ex municipalizzita, rischiare l´accusa di correità. E così, in un documento votato ieri all´unanimità, l´esecutivo del partito ha fornito precise indicazioni. Spiega il presidente del Pd romano Eugenio Patanè: «Quando la questione di Atac esplose in tutta la sua gravità offrimmo al sindaco collaborazione per salvare l´azienda. Quell´iniziativa fu dettata dalla preoccupazione per le sorti del trasporto pubblico e dei lavoratori, e resa possibile da una premessa fondamentale: l´avvenuto allontanamento dell´ex ad Bertucci e dell´assessore di riferimento, responsabili dello sfascio. Cosa che portò ad approvare in consiglio comunale una serie di proposte costruttive presentate dal gruppo del Pd». Peccato però che il precedente non sia servito: «Ci aspettavamo dal sindaco una linea coerente anche sulle altre aziende, ma ciò non è avvenuto».

Ecco perché il 26 luglio, all´assemblea dei soci convocata per rinnovare i vertici di Ama, «una società investita dallo scandalo di Parentopoli con 1400 assunti, consulenze ingiustificabili, il bilancio e il contratto di servizio non approvati, un debito complessivo di oltre 1,5 miliardi e uno verso le banche di oltre 600 milioni spalmato fino al 2021», il Pd chiede ad Alemanno di sfrattare Panzironi. Colpevole di aver reso «la città più sporca e di non aver chiuso il ciclo dei rifiuti, continuando ad utilizzare la discarica, lasciando fermi i propri impianti e facendo fallire la differenziata». Attacca il segretario Marco Miccoli: «Un sindaco appena avveduto avrebbe già adottato dei provvedimenti nei confronti del primo responsabile di questo disastro che, oltre ad aver fallito la sua missione, è indagato per i fatti inerenti la gestione dell´azienda, ivi compresa l´assunzione di suo genero. Invece niente. Alemanno ha cacciato vicensindaco, assessori, amministratori delegati, capi di gabinetto, direttori, ma Panzironi no». Rincara Patanè: «Sembra quasi che il suo destino sia legato mani e piedi a questo personaggio che si permette di dettare legge in Ama e in Campidoglio, fino ad imporre l´assunzione di suo figlio. Tutto ci era capitato di vedere tranne un sindaco subalterno ad un suo nominato». Perciò è ora di cambiare rotta.

Lascia un commento 20 luglio 2011

Lazio, io non correrò (da “Europa” del 29 giugno)

Il Pd del Lazio ha cambiato cinque segretari in quattro anni ed è commissariato da nove mesi dopo la pesante sconfitta alle elezioni regionali del 2010 e il tentativo fallito di eleggere un nuovo segretario in assemblea. Un commissariamento con un mandato chiaro ma non facile: consentire alle federazioni locali, a partire da Roma, di ritrovare un assetto stabile con i congressi e traghettare il partito regionale alle primarie per l’elezione della nuova assemblea e del nuovo segretario. In questo senso Vannino Chiti va ringraziato per aver centrato il primo obiettivo non avulso da insidie, e per l’equilibrio con il quale ha gestito la difficile fase delle elezioni amministrative e dei referendum con successi anche insperati.
La direzione nazionale del Pd di venerdì scorso non ha fugato tutti i dubbi sulla revisione statutaria per l’elezione degli organismi regionali ma certamente ha segnato un orientamento. La scelta di sganciare l’elezione del segretario nazionale dai segretari regionali ridurrebbe con primarie regionali aperte la portata del voto d’opinione ed esalterebbe il voto organizzato, facendo venir meno la loro vera potenzialità di riuscire ad attivare circuiti esterni ai confini dei partiti.
Dunque l’unica via è muovere dai punti di larga condivisione. Il commissariamento deve portare in tempi rapidi all’elezione di una nuova classe dirigente regionale che sappia mettersi alle spalle gli insuccessi di questi anni in una prospettiva nuova. Perché laddove il partito di Roma sta vincendo la sua sfida e può guardare agli obiettivi ambiziosi con serenità e determinazione, il Lazio ha il dovere almeno di provare.
L’assemblea regionale di un’era politica tramontata eletta due anni fa non sembra essere legittimata ad eleggere i nuovi organismi dirigenti di un partito profondamente trasformato perché non ha mai trovato al suo interno una maggioranza stabile, con molti membri fuoriusciti o espulsi, e perché sarebbe in dubbio anche la sua legittimità formale dopo il commissariamento.
Se Bersani convince e ritrova l’unità del partito nazionale perché sa mettersi in sintonia con le aspettative del proprio popolo; se Zingaretti convince per gli stessi motivi conditi dalla buona amministrazione – non è un caso se il presidente della Provincia viene premiato da Napolitano sui temi dell’innovazione mentre i social network diventano il principale strumento di lotta politica nel successo del popolo referendario – ebbene, il centro della questione diventa eleggere un segretario e una classe dirigente in sintonia con il grande popolo del Pd del Lazio. Per farlo non si può che chiedere consiglio al legittimo depositario della sintonia, cioè al popolo del Pd, nei modi e nelle forme che si riterranno opportuni in linea anche con i cambiamenti statutari che la conferenza d’organizzazione di ottobre vorrà determinare.
Dunque, un congresso dove si possano confrontare idee e linee politiche. Le regole nazionali definitive stabiliscano se ciò deve essere fatto con primarie aperte o riservate agli iscritti, ma il Lazio non può aspettare la fine del processo di riforma dello statuto ed è opportuno che il commissario nominato in accordo con il nazionale indichi le norme transitorie con le quali si possono rinnovare gli organismi regionali non escludendo meccanismi straordinari.
Sarebbe, infine, essenziale evitare elementi di distorsione come ad esempio legare le sorti del Pd del Lazio alle prossime elezioni politiche che dovrebbero invece interessare dinamiche nazionali, per fortuna di ritrovata unità. La vera lente d’ingrandimento dovrebbe essere il 2015, la messa in campo cioè di un grande processo di riconquista e ricostruzione della Regione Lazio, oggi martoriata dall’inefficienza del centrodestra e dalle divisioni interne alla maggioranza.
Un processo, insomma, che impegni l’intelligenza collettiva del Pd del Lazio nel quale ognuno pensi a fare il suo – e per conto mio mi atterrò a svolgere il ruolo di presidente del Pd di Roma senza altre intenzioni – mettendo al bando politicismi, tatticismi e personalismi in un quadro di superamento di questi anni di sconfitte. Chi avrà, invece, il compito di provarci dovrà mettersi al riparo finanche dal dubbio di voler giocare la partita in proprio.
Per restare in sintonia con quel popolo bisogna avere credibilità, e l’ingrediente indispensabile per la credibilità di una classe dirigente è la certezza negli iscritti e negli elettori che si agisca sempre per l’affermazione del bene comune in un afflato collettivo.
Questo potrebbe essere un modo per ridare alla politica dei democratici del Lazio la forza di pensare a un programma di riforme vere, utili, incisive. Un progetto di innovazione culturale e politica in grado di stare sulla stessa lunghezza d’onda di chi dovrebbe sostenerlo nella società giorno dopo giorno.
Soluzioni diverse rischiano di non essere all’altezza delle responsabilità che ci attendono e rischiano di farci ricadere negli stessi errori e nelle sconfitte del recente passato alle quali, francamente, rinunceremmo volentieri.

Eugenio Patanè

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ADESSO ALEMANNO RITIRI DELIBERA PRIVATIZZAZIONE AZIENDE

Il risultato inequivocabile dei referendum non può che produrre una conseguenza immediata sul Comune di Roma: Alemanno deve annullare la delibera approvata dalla Giunta Comunale lo scorso dicembre che ha dato il via libera alla privatizzazione delle più importanti aziende comunali come ACEA, AMA e ATAC.

Il Sindaco anzichè aspettare il voto di oggi si era sbrigato ad applicare l’art.23 bis del Decreto Ronchi e pur potendo scegliere tra la strada della liberalizzazione e quella della privatizzazione, aveva scelto questa seconda decidendo di vendere fino al 40% delle azioni oggi di proprietà del Comune”.

Con il voto di oggi I romani lo hanno smentito due volte: prima di tutto ritirando tutte e quattro le schede referendarie, mentre Alemanno si era limitato a ritirarne una sola. In secondo luogo votando compattamente per l’abolizione dell’art.23bis e dimostrandosi unanimemente contrari a vendere pezzi della nostra storia per riparare i disastri compiuti da questa destra.

Questa è l’ennesima dimostrazione di quanto l’abbraccio ossequioso del Sindaco ad un Governo nazionale ormai delegittimato, unito al malgoverno della città, abbiano trascinato la Giunta a distanze siderali da Roma e dai romani, dai loro bisogni e dalle loro aspettative.

Nell’attesa che anche il Sindaco se ne renda conto, abbia almeno l’umiltà di annullare la delibera di privatizzazione delle aziende e di vendita del loro patrimonio immobiliare.

Lascia un commento 14 giugno 2011

Primarie PD Lazio: nè paura nè miraggio, vinca la Politica

Sbaglia chi guarda ideologicamente alle primarie come un totem senza il quale non c’è vera democrazia. Si può più semplicemente pensare ad esse come uno strumento utile per favorire la partecipazione alle scelte importanti: scegliere i candidati sindaci, il candidato premier, il candidato Presidente di una regione. E non voglio usare l’argomento ugualmente ideologico che sarebbe sempre sbagliato utilizzare le primarie per le cariche di partito: in alcuni casi può essere efficace. Ma affermare che esse siano sempre e comunque giuste può comportare disastri inenarrabili. In alcuni momenti fermarsi a riflettere, avere il senso del limite, saper cercare degli anticorpi contro alcuni eccessi populisti e demagogici, è salutare per tutti. Altrimenti il rischio è quello di innescare una catena dei professionisti del “+ uno”, “del non mi faccio scavalcare” devastante.

Deve essere un gruppo dirigente consapevole a saper decidere quando e come utilizzare determinati strumenti. La Politica deve riprendersi il proprio ruolo di scegliere. Non siano le regole astratte nè a dettare i tempi nè a determinare alibi per chi ha fini personali.

Dopodichè, nessuno ha paura delle primarie, le abbiamo fatte, anzi le ha inventate il PD: nel 2005, nel 2007, nel 2009. Nessuna paura ma nessun miraggio nel deserto. Perchè dal deserto stiamo uscendo con la fatica di tutti i giorni e con una linea politica che finora ha pagato e che ha fatto ritrovare l’unità del partito come ha dimostrato la Direzione nazionale del 6 giugno.

Lascia un commento 7 giugno 2011

Mario Di Carlo, Keith Haring e i gioiosi

Nel trigesimo della scomparsa di Mario Di Carlo è stata intitolata a lui una sala in Consiglio Regionale. Un riconoscimento importante e il segno di quanto la sua scomparsa abbia colpito tutti: amici e avversari, colleghi e comuni cittadini. Ci manca e ci mancherà per molto tempo. Ci mancherà anche la sua schietta ironia, tanto da farci immaginare la sua reazione di fronte alla notizia di una Sala a lui intitolata in un luogo al quale non aveva lesinato battute. Pare di sentirlo discettare sui corridoi troppo larghi e lunghi e sulle stanze troppo strette e corte, tanto da fargli desiderare un incontro chiarificatore con l’architetto e i progettisti del complesso della Pisana.

Pochi lo sapevano, ma l’arte contemporanea era una delle sue passioni segrete. Amava “giocare” a fare l’artista: realizzava nell’arte del riciclo sculture d’assemblaggio, restauri di mobiletti, lampade e quadri. Proprio per questo oggi la famiglia donerà alla Regione Lazio un quadro intitolato “Omaggio a Keith Haring” realizzato da Mario qualche anno fa, utilizzando un “espositore di piastrelle” riciclato e raccattato chissà dove, per trasformarlo in un caleidoscopio di colori e immagini.

C’era tra di noi, a proposito di questa sua attività artistica, un gioco che rasentava la complicità. Lo prendevo in giro per le sue opere ricavandone insulti puntuali e diretti (“sei un troglodita”). Oggi debbo ammettere quanto fosse migliorato nel tempo, ma anche che c’era un rapporto diretto tra la sua cifra culturale, la sua attività politica e questa passione apparentemente marginale. Mario Di Carlo era, come amministratore pubblico, insieme, autodidatta e colto, intuitivo e competente. Le sue opere provenivano da materiale recuperato nelle discariche. Analogamente faceva con le idee: recuperava proverbi, battute ascoltate al bar o ricavate dalla saggezza montanara del suo Abruzzo, per poi rielaborarle e innestarle su teorie complesse in un processo, per l’appunto, creativo.

Un processo che non voleva però indulgere ad alcun compiacimento intellettualistico, incompatibile con l’autoironia dell’autore. Proprio per questo disconosceva ogni ascendenza artistica. Si trattasse dell’avanguardia dell’arte povera o degli artisti più alla moda. Produceva quadri, lampade, sculture strane e colorate, limitandosi a disseminarle negli uffici, nelle case degli amici, nelle sale dell’Assessorato.

Anche l’opera che verrà donata oggi fa parte di questa storia. Stava nel suo studio in Regione da Assessore e prima ancora nella sua stanza di capogruppo della Margherita alla Pisana, dove ora dimorerà. L’avrò vista un migliaio di volte senza mai soffermarmi su quale rapporto ci potesse mai essere tra il più celebre e celebrato “graffitista” contemporaneo e Mario Di Carlo.

Di Carlo amava Hundertwasser: pittore, scultore, architetto, ecologista austriaco, personaggio eclettico e controverso, che anticipò alcuni concetti di bioarchitettura. In lui, Mario rivedeva un po’ se stesso, tanto da aver voluto partire per un viaggio proprio per respirare quei territori dove Hundertwasser aveva lavorato, per vedere le sue realizzazioni più importanti tra le quali il termovalorizzatore di Vienna, un’opera straordinaria.

Un artista, dunque, che, al pari di Haring, aveva avuto il coraggio di innovare, di osare e di entrare in territori d’avanguardia. Un’arte coloratissima, alternativa, diversa e innovativa. Quello che insomma Mario ha fatto nella sua attività di amministratore. Ecco perché si è deciso di scrivere nella targa, che accompagnerà l’opera donata, la frase mutuata dal rugby che Mario amava ripetere: “Dove gli altri non osano mettere neanche i piedi, noi dobbiamo avere il coraggio di metterci la faccia”.

E’ questo il filo che lega le due esperienze, altrimenti così lontane.

Di Carlo, divenne amministratore unico delle aziende di trasporto nel 1997 e da estremo sostenitore della partecipazione dei cittadini alle scelte che li riguardavano, aveva deciso di incontrare tutti i protagonisti in campo in assemblee infuocate: in un tendone incontrò tutti gli abbonati del trasporto pubblico, incontrò i cittadini che non volevano il tram 8, gli autoferrotramvieri che gli organizzavano scioperi a ripetizione. Incontrò pure i graffitisti, o come si dice a Roma i “graffitari”, giovanissimi artisti di strada, per catechizzarli a non imbrattare i vagoni dei treni. Li aveva investiti come si fa in mischia con tutta la virulenza possibile, attraverso una delle sue solite provocazioni d’autore, attaccandoli proprio sulla filosofia che è alla base del graffitismo: “Ma scusate perchè scegliete di imbrattare solo le cose pubbliche e non le auto vostre o dei vostri genitori?”. Era successo il finimondo. Ma li rispettava, era una tattica per andare alla trattativa, con lo stesso rispetto che i rugbisti hanno del proprio avversario, cercava di comprenderne le ragioni, i punti di forza in una mischia intellettuale nella quale, a parità di forza di argomenti, la palla della soluzione resta al centro, contemperando gli interessi di tutti.

Keith Haring era appunto uno dei più famosi pittori e graffitisti newyorkesi, morto nel 1990 all’età di 31 anni. Le sue opere sono davvero singolari e con un tratto distintivo evidente. Basta uno sguardo per scoprire l’autore. Haring aveva realizzato due graffiti a Roma: nel 1982 sullo zoccolo del Palazzo delle Esposizioni, poi cancellato nel 1992 per “ripulire” il palazzo in occasione della visita di Gorbaciov; e un 6×2 lungo la linea A della metropolitana di Roma, nel tratto Flaminio-Lepanto sulle pareti trasparenti del Ponte Pietro Nenni. Questa sequenza di inconfondibili omini ribelli apparve un giorno tra l’84 o l’85 e fu poi cancellata all’inizio degli anni ’90. Era molto bella a vedersi, almeno da un punto di vista decorativo. A pensarci oggi quelle cancellazioni furono dei veri delitti, murales di valore inestimabile per la città, cancellati per sempre. Una follia. Mario un torto così non lo avrebbe mai consentito.

Perciò l’”Omaggio a K. Haring”: per il torto che gli e ci hanno fatto.

Haring era gay, parola che definisce gli omosessuali e che in inglese vuol dire allegro, gaio, gioioso, vivace. Esattamente come le sue opere, come i suoi colori, come i suoi omini ipercinetici. E Mario aveva combattuto una vita per affermare i diritti di tutti. Negli anni ’80 da giovane caposegreteria del gruppo regionale di Democrazia Proletaria aveva scritto e fatto presentare la prima legge regionale sul riconoscimento dei diritti sanitari per le persone transessuali che vogliono cambiare sesso. Fece scandalo. Innovare, evolvere, ammettere che la differenza è ricchezza, che i colori diversi, anche quelli forti, fanno il mondo più vivo e per questo bisogna aiutarli a venir fuori. Mario è stato se vogliamo l’incarnazione vivente della necessità di un pensiero alternativo, ma dialogante, moderato, autenticamente democratico. Seppur alternativo.

Perciò omaggio ai gioiosi, agli alternativi, agli innovatori.

Bisognerebbe raccogliere in una pubblicazione tutte le battute di Mario. Certamente quella che resterà più famosa – perchè poi ripresa in uno striscione apparso allo stadio-  fu proprio quella sui gay che pronunciò in un consesso internazionale sul trasporto pubblico. Con Walter Tocci, Di Carlo aveva realizzato la più grande trasformazione dell’assetto del trasporto pubblico romano, separando la pianificazione dall’esercizio e dai beni primari strumentali. Quel modello romano fu poi ripreso da moltissime città tra le quali Milano. In quel consesso un milanese della generazione di trasportisti post ’97, cominciò a pontificare sullo straordinario modello milanese senza sapere che era stato copiato dal modello romano. Quando Mario prese la parola iniziò dicendo: “Guarda che tutte queste robe che ci hai raccontato, noi le abbiamo già fatte, anzi le avete prese da noi romani. E ricordati sempre che quando voi stavate nelle caverne e vestivate con le pelli, noi a Roma eravamo già froci…”. Orgoglio di essere romano e omosessualità come segno dell’evoluzione di Roma. Per questo, per come era fatto, i recenti episodi di omofobia a Roma lo avevano turbato. Perché lo facevano vergognare della sua città. Offendere i gioiosi, i colori nuovi, l’allegria, offendere l’amore, di qualunque sesso esso sia, è un delitto, proprio come la cancellazione dei murales di Haring. E ricordo la sua felicità quando in occasione della guerra in Iraq i balconi di Roma si tinsero dei colori delle bandiere della pace. Guardava in alto e respirava gioia.

Dunque la scelta di donare al Consiglio regionale del Lazio il suo “Omaggio a K. Haring” diventa anche un piccolo gesto al centro del tema dei diritti civili ad una settimana appena dalla giornata mondiale contro l’omofobia e in concomitanza della discussione in Parlamento.

«Mi è sempre più chiaro che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi. L’arte è per tutti, e questo è il fine a cui voglio lavorare» diceva Haring e in un connubio magico, oggi, “l’omaggio” a un grande artista gay, le cui opere sono state cancellate da Roma e tolte a tutti noi, verrà reso dall’opera-gioco di un non-artista che diventerà, per l’appunto, di tutti. Perché l’arte è di tutti. Di tutti noi. Grazie ad un democratico vero, ecologista di governo, politico eclettico, innovatore e pieno di colori, proprio come le sue creazioni e i suoi miti artistici.

Lascia un commento 25 maggio 2011

Alemanno ha deciso di accettare il confronto con il PD

In risposta all’appello lanciato dal PD, il capogruppo del PDL in consiglio comunale Gramazio prima ed il Sindaco Alemanno dopo hanno deciso di aprire un dialogo con il PD per salvare l’azienda. Hanno infatti deciso di aderire alla richiesta che da mesi il Pd aveva inoltrato di convocazione di un consiglio comunale straordinario che discutesse dei modi e dei provvedimenti utili a salvare l’azienda. Noi siamo pronti a portare i nostri argomenti e le nostre proposte sui tre temi principali: il bilancio, la gestione e la liquidità. Il Sindaco si assuma la responsabilità di questi tre anni di mala gestio e noi faremo la nostra parte sostenendo le proposte anche della maggioranza che riterremo serie.

Lascia un commento 21 aprile 2011

Noi vogliamo salvare Atac, Alemanno che dice?

Ecco il testo dell’appello intitolato “Un patto per salvare Atac” che come Pd di Roma abbiamo lanciato al Sindaco Alemanno e alla maggioranza di centrodestra con il quale chiediamo al Sindaco di uscire dalla gestione di Parentopoli e di accedere ad un nuovo percorso di assunzione di responsabilità che salvi l’azienda dalla bancarotta.

Continua Lascia un commento 21 aprile 2011

Pd, Eugenio Patanè ad Affaritaliani: “La destra si è occupata solo di potere”

Da poco più di un mese presidente del Pd Romano, l’avvocato Patané analizza mali e prospettive del partito partendo da una critica feroce agli scandali della Giunta Alemanno. “Mi dispiace per Milana. D’Ubaldo? Le critiche aiutano a crescere”

Continua Lascia un commento 31 dicembre 2010

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Ciao Mario.

Mario ed io. Insieme.

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