La riorganizzazione dei municipi di Roma
17 novembre 2011
Scusate scrivo questa breve nota in punta di piedi perchè leggo e sento in giro tante interpretazioni bislacche anche da parte di autorevoli esponenti istituzionali sulla questione della riorganizzazione dei municipi di Roma. Chi inventa norme mai esistite, chi le interpreta in modo destituito di qualsiasi logica e fondamento, chi le stiracchia per fini propri. Spero di fare cosa gradita riportando le due norme che all’interno dell’iter Roma Capitale, sul tema municipi bisogna prendere in considerazione. Chi racconta altri articoli, altre norme, altre leggi guardatelo con diffidenza.
Allora, il primo articolo è l’art. 3 co.5 del decreto 156/2010, quello che noi volgarmente chiamiamo il I Decreto, che dice “L’Assemblea capitolina, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo di attuazione dei principi e dei criteri direttivi di cui all’articolo 24, comma 5, lettera a), della legge 5 maggio 2009, n. 42, del presente decreto, approva lo statuto di Roma Capitale che entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Lo statuto disciplina, nei limiti stabiliti dalla legge, i municipi di Roma Capitale, quali circoscrizioni di decentramento, in numero non superiore a quindici, favorendone l’autonomia amministrativa e finanziaria“.
Quando questa norma parla dei criteri direttivi di cui all’art.24 co.5 lettera a) della 42/2009 a cosa si sta riferendo? Si sta riferendo a quello che noi tutti volgarmente chiamiamo il II Decreto, quello cioè che dovrebbe essere pubblicato in GU entro il 21 novembre e che dovrebbe devolvere funzioni e poteri a Roma Capitale, cioè il decreto dove c’è la “ciccia”.
Cosa dice, infatti, questo art.24 co.5 lett.a)? Dice: “Con specifico decreto legislativo, adottato ai sensi dell’articolo 2, sentiti la regione Lazio, la provincia di Roma e il comune di Roma, è disciplinato l’ordinamento transitorio, anche finanziario, di Roma capitale, secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:
a) specificazione delle funzioni di cui al comma 3 e definizione delle modalità per il trasferimento a Roma capitale delle relative risorse umane e dei mezzi”.
Dunque ricapitolando il sopra riportato art.3 stablisce che qualora venisse fatto il famoso II Decreto, a partire dal 21 novembre il Comune di Roma avrebbe 6 mesi di tempo per rifare lo Statuto di Roma Capitale e per ridurre i municipi fino a 15 (fino a 15: cioè possono essere ridotti a 2, come a 10, come a 13). Dunque ammettendo che il II Decreto venga pubblicato (cosa non scontata) e venga pubblicato il 21 novembre, il Comune dovrebbe entro il 21 maggio 2012 riorganizzare i municipi fino a portarli ad un massimo di 15.
La riorganizzazione dei municipi secondo le norme dettate dall’art.3 del 156/2010 non avrà luogo se non ci sarà il II Decreto che è indispensabile a far scattare i 6 mesi, ed è assai dubbio -visto l’art. 24 sopra riportato- che questa ripartizione possa avvenire qualora ci sia un decreto che, però, non devolva funzioni effettive.
Ciò vuol dire che il Comune di Roma non potrà provvedere a riorganizzare la suddivisione del proprio territorio? Assolutamente NO. Il Comune può in via ordinaria provvedere alla nuova ripartizione territoriale quando vuole, modificando lo Statuto e i regolamenti vigenti con le maggioranze opportune, ma a quel punto lo farebbe fuori dall’iter di Roma Capitale e dunque non avrebbe più l’obbligo del limite di 15 municipi (li potrebbe ridurre anche a 18) e dei sei mesi di tempo.
Qualora, invece, si resti nell’iter di Roma Capitale e venga pubblicato in GU entro il 21 novembre il II Decreto e qualora esso devolva funzioni a Roma Capitale e qualora entro il 21 maggio non si riducano a 15 i municipi, allora potrà intervenire il Prefetto che con i poteri di ufficiale di governo applicherà le norme.
Sperando di aver fatto cosa gradita, spero anche che autorevoli esponenti istituzionali si esimano per il futuro dal proferire altre enormità su questa materia delicata. Intanto aspettiamo il 21 novembre e vediamo che fanno.
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