Lazio, io non correrò (da “Europa” del 29 giugno)
1 luglio 2011
Il Pd del Lazio ha cambiato cinque segretari in quattro anni ed è commissariato da nove mesi dopo la pesante sconfitta alle elezioni regionali del 2010 e il tentativo fallito di eleggere un nuovo segretario in assemblea. Un commissariamento con un mandato chiaro ma non facile: consentire alle federazioni locali, a partire da Roma, di ritrovare un assetto stabile con i congressi e traghettare il partito regionale alle primarie per l’elezione della nuova assemblea e del nuovo segretario. In questo senso Vannino Chiti va ringraziato per aver centrato il primo obiettivo non avulso da insidie, e per l’equilibrio con il quale ha gestito la difficile fase delle elezioni amministrative e dei referendum con successi anche insperati.
La direzione nazionale del Pd di venerdì scorso non ha fugato tutti i dubbi sulla revisione statutaria per l’elezione degli organismi regionali ma certamente ha segnato un orientamento. La scelta di sganciare l’elezione del segretario nazionale dai segretari regionali ridurrebbe con primarie regionali aperte la portata del voto d’opinione ed esalterebbe il voto organizzato, facendo venir meno la loro vera potenzialità di riuscire ad attivare circuiti esterni ai confini dei partiti.
Dunque l’unica via è muovere dai punti di larga condivisione. Il commissariamento deve portare in tempi rapidi all’elezione di una nuova classe dirigente regionale che sappia mettersi alle spalle gli insuccessi di questi anni in una prospettiva nuova. Perché laddove il partito di Roma sta vincendo la sua sfida e può guardare agli obiettivi ambiziosi con serenità e determinazione, il Lazio ha il dovere almeno di provare.
L’assemblea regionale di un’era politica tramontata eletta due anni fa non sembra essere legittimata ad eleggere i nuovi organismi dirigenti di un partito profondamente trasformato perché non ha mai trovato al suo interno una maggioranza stabile, con molti membri fuoriusciti o espulsi, e perché sarebbe in dubbio anche la sua legittimità formale dopo il commissariamento.
Se Bersani convince e ritrova l’unità del partito nazionale perché sa mettersi in sintonia con le aspettative del proprio popolo; se Zingaretti convince per gli stessi motivi conditi dalla buona amministrazione – non è un caso se il presidente della Provincia viene premiato da Napolitano sui temi dell’innovazione mentre i social network diventano il principale strumento di lotta politica nel successo del popolo referendario – ebbene, il centro della questione diventa eleggere un segretario e una classe dirigente in sintonia con il grande popolo del Pd del Lazio. Per farlo non si può che chiedere consiglio al legittimo depositario della sintonia, cioè al popolo del Pd, nei modi e nelle forme che si riterranno opportuni in linea anche con i cambiamenti statutari che la conferenza d’organizzazione di ottobre vorrà determinare.
Dunque, un congresso dove si possano confrontare idee e linee politiche. Le regole nazionali definitive stabiliscano se ciò deve essere fatto con primarie aperte o riservate agli iscritti, ma il Lazio non può aspettare la fine del processo di riforma dello statuto ed è opportuno che il commissario nominato in accordo con il nazionale indichi le norme transitorie con le quali si possono rinnovare gli organismi regionali non escludendo meccanismi straordinari.
Sarebbe, infine, essenziale evitare elementi di distorsione come ad esempio legare le sorti del Pd del Lazio alle prossime elezioni politiche che dovrebbero invece interessare dinamiche nazionali, per fortuna di ritrovata unità. La vera lente d’ingrandimento dovrebbe essere il 2015, la messa in campo cioè di un grande processo di riconquista e ricostruzione della Regione Lazio, oggi martoriata dall’inefficienza del centrodestra e dalle divisioni interne alla maggioranza.
Un processo, insomma, che impegni l’intelligenza collettiva del Pd del Lazio nel quale ognuno pensi a fare il suo – e per conto mio mi atterrò a svolgere il ruolo di presidente del Pd di Roma senza altre intenzioni – mettendo al bando politicismi, tatticismi e personalismi in un quadro di superamento di questi anni di sconfitte. Chi avrà, invece, il compito di provarci dovrà mettersi al riparo finanche dal dubbio di voler giocare la partita in proprio.
Per restare in sintonia con quel popolo bisogna avere credibilità, e l’ingrediente indispensabile per la credibilità di una classe dirigente è la certezza negli iscritti e negli elettori che si agisca sempre per l’affermazione del bene comune in un afflato collettivo.
Questo potrebbe essere un modo per ridare alla politica dei democratici del Lazio la forza di pensare a un programma di riforme vere, utili, incisive. Un progetto di innovazione culturale e politica in grado di stare sulla stessa lunghezza d’onda di chi dovrebbe sostenerlo nella società giorno dopo giorno.
Soluzioni diverse rischiano di non essere all’altezza delle responsabilità che ci attendono e rischiano di farci ricadere negli stessi errori e nelle sconfitte del recente passato alle quali, francamente, rinunceremmo volentieri.
Eugenio Patanè
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