Mario Di Carlo, Keith Haring e i gioiosi

25 maggio 2011

Nel trigesimo della scomparsa di Mario Di Carlo è stata intitolata a lui una sala in Consiglio Regionale. Un riconoscimento importante e il segno di quanto la sua scomparsa abbia colpito tutti: amici e avversari, colleghi e comuni cittadini. Ci manca e ci mancherà per molto tempo. Ci mancherà anche la sua schietta ironia, tanto da farci immaginare la sua reazione di fronte alla notizia di una Sala a lui intitolata in un luogo al quale non aveva lesinato battute. Pare di sentirlo discettare sui corridoi troppo larghi e lunghi e sulle stanze troppo strette e corte, tanto da fargli desiderare un incontro chiarificatore con l’architetto e i progettisti del complesso della Pisana.

Pochi lo sapevano, ma l’arte contemporanea era una delle sue passioni segrete. Amava “giocare” a fare l’artista: realizzava nell’arte del riciclo sculture d’assemblaggio, restauri di mobiletti, lampade e quadri. Proprio per questo oggi la famiglia donerà alla Regione Lazio un quadro intitolato “Omaggio a Keith Haring” realizzato da Mario qualche anno fa, utilizzando un “espositore di piastrelle” riciclato e raccattato chissà dove, per trasformarlo in un caleidoscopio di colori e immagini.

C’era tra di noi, a proposito di questa sua attività artistica, un gioco che rasentava la complicità. Lo prendevo in giro per le sue opere ricavandone insulti puntuali e diretti (“sei un troglodita”). Oggi debbo ammettere quanto fosse migliorato nel tempo, ma anche che c’era un rapporto diretto tra la sua cifra culturale, la sua attività politica e questa passione apparentemente marginale. Mario Di Carlo era, come amministratore pubblico, insieme, autodidatta e colto, intuitivo e competente. Le sue opere provenivano da materiale recuperato nelle discariche. Analogamente faceva con le idee: recuperava proverbi, battute ascoltate al bar o ricavate dalla saggezza montanara del suo Abruzzo, per poi rielaborarle e innestarle su teorie complesse in un processo, per l’appunto, creativo.

Un processo che non voleva però indulgere ad alcun compiacimento intellettualistico, incompatibile con l’autoironia dell’autore. Proprio per questo disconosceva ogni ascendenza artistica. Si trattasse dell’avanguardia dell’arte povera o degli artisti più alla moda. Produceva quadri, lampade, sculture strane e colorate, limitandosi a disseminarle negli uffici, nelle case degli amici, nelle sale dell’Assessorato.

Anche l’opera che verrà donata oggi fa parte di questa storia. Stava nel suo studio in Regione da Assessore e prima ancora nella sua stanza di capogruppo della Margherita alla Pisana, dove ora dimorerà. L’avrò vista un migliaio di volte senza mai soffermarmi su quale rapporto ci potesse mai essere tra il più celebre e celebrato “graffitista” contemporaneo e Mario Di Carlo.

Di Carlo amava Hundertwasser: pittore, scultore, architetto, ecologista austriaco, personaggio eclettico e controverso, che anticipò alcuni concetti di bioarchitettura. In lui, Mario rivedeva un po’ se stesso, tanto da aver voluto partire per un viaggio proprio per respirare quei territori dove Hundertwasser aveva lavorato, per vedere le sue realizzazioni più importanti tra le quali il termovalorizzatore di Vienna, un’opera straordinaria.

Un artista, dunque, che, al pari di Haring, aveva avuto il coraggio di innovare, di osare e di entrare in territori d’avanguardia. Un’arte coloratissima, alternativa, diversa e innovativa. Quello che insomma Mario ha fatto nella sua attività di amministratore. Ecco perché si è deciso di scrivere nella targa, che accompagnerà l’opera donata, la frase mutuata dal rugby che Mario amava ripetere: “Dove gli altri non osano mettere neanche i piedi, noi dobbiamo avere il coraggio di metterci la faccia”.

E’ questo il filo che lega le due esperienze, altrimenti così lontane.

Di Carlo, divenne amministratore unico delle aziende di trasporto nel 1997 e da estremo sostenitore della partecipazione dei cittadini alle scelte che li riguardavano, aveva deciso di incontrare tutti i protagonisti in campo in assemblee infuocate: in un tendone incontrò tutti gli abbonati del trasporto pubblico, incontrò i cittadini che non volevano il tram 8, gli autoferrotramvieri che gli organizzavano scioperi a ripetizione. Incontrò pure i graffitisti, o come si dice a Roma i “graffitari”, giovanissimi artisti di strada, per catechizzarli a non imbrattare i vagoni dei treni. Li aveva investiti come si fa in mischia con tutta la virulenza possibile, attraverso una delle sue solite provocazioni d’autore, attaccandoli proprio sulla filosofia che è alla base del graffitismo: “Ma scusate perchè scegliete di imbrattare solo le cose pubbliche e non le auto vostre o dei vostri genitori?”. Era successo il finimondo. Ma li rispettava, era una tattica per andare alla trattativa, con lo stesso rispetto che i rugbisti hanno del proprio avversario, cercava di comprenderne le ragioni, i punti di forza in una mischia intellettuale nella quale, a parità di forza di argomenti, la palla della soluzione resta al centro, contemperando gli interessi di tutti.

Keith Haring era appunto uno dei più famosi pittori e graffitisti newyorkesi, morto nel 1990 all’età di 31 anni. Le sue opere sono davvero singolari e con un tratto distintivo evidente. Basta uno sguardo per scoprire l’autore. Haring aveva realizzato due graffiti a Roma: nel 1982 sullo zoccolo del Palazzo delle Esposizioni, poi cancellato nel 1992 per “ripulire” il palazzo in occasione della visita di Gorbaciov; e un 6×2 lungo la linea A della metropolitana di Roma, nel tratto Flaminio-Lepanto sulle pareti trasparenti del Ponte Pietro Nenni. Questa sequenza di inconfondibili omini ribelli apparve un giorno tra l’84 o l’85 e fu poi cancellata all’inizio degli anni ’90. Era molto bella a vedersi, almeno da un punto di vista decorativo. A pensarci oggi quelle cancellazioni furono dei veri delitti, murales di valore inestimabile per la città, cancellati per sempre. Una follia. Mario un torto così non lo avrebbe mai consentito.

Perciò l’”Omaggio a K. Haring”: per il torto che gli e ci hanno fatto.

Haring era gay, parola che definisce gli omosessuali e che in inglese vuol dire allegro, gaio, gioioso, vivace. Esattamente come le sue opere, come i suoi colori, come i suoi omini ipercinetici. E Mario aveva combattuto una vita per affermare i diritti di tutti. Negli anni ’80 da giovane caposegreteria del gruppo regionale di Democrazia Proletaria aveva scritto e fatto presentare la prima legge regionale sul riconoscimento dei diritti sanitari per le persone transessuali che vogliono cambiare sesso. Fece scandalo. Innovare, evolvere, ammettere che la differenza è ricchezza, che i colori diversi, anche quelli forti, fanno il mondo più vivo e per questo bisogna aiutarli a venir fuori. Mario è stato se vogliamo l’incarnazione vivente della necessità di un pensiero alternativo, ma dialogante, moderato, autenticamente democratico. Seppur alternativo.

Perciò omaggio ai gioiosi, agli alternativi, agli innovatori.

Bisognerebbe raccogliere in una pubblicazione tutte le battute di Mario. Certamente quella che resterà più famosa – perchè poi ripresa in uno striscione apparso allo stadio-  fu proprio quella sui gay che pronunciò in un consesso internazionale sul trasporto pubblico. Con Walter Tocci, Di Carlo aveva realizzato la più grande trasformazione dell’assetto del trasporto pubblico romano, separando la pianificazione dall’esercizio e dai beni primari strumentali. Quel modello romano fu poi ripreso da moltissime città tra le quali Milano. In quel consesso un milanese della generazione di trasportisti post ’97, cominciò a pontificare sullo straordinario modello milanese senza sapere che era stato copiato dal modello romano. Quando Mario prese la parola iniziò dicendo: “Guarda che tutte queste robe che ci hai raccontato, noi le abbiamo già fatte, anzi le avete prese da noi romani. E ricordati sempre che quando voi stavate nelle caverne e vestivate con le pelli, noi a Roma eravamo già froci…”. Orgoglio di essere romano e omosessualità come segno dell’evoluzione di Roma. Per questo, per come era fatto, i recenti episodi di omofobia a Roma lo avevano turbato. Perché lo facevano vergognare della sua città. Offendere i gioiosi, i colori nuovi, l’allegria, offendere l’amore, di qualunque sesso esso sia, è un delitto, proprio come la cancellazione dei murales di Haring. E ricordo la sua felicità quando in occasione della guerra in Iraq i balconi di Roma si tinsero dei colori delle bandiere della pace. Guardava in alto e respirava gioia.

Dunque la scelta di donare al Consiglio regionale del Lazio il suo “Omaggio a K. Haring” diventa anche un piccolo gesto al centro del tema dei diritti civili ad una settimana appena dalla giornata mondiale contro l’omofobia e in concomitanza della discussione in Parlamento.

«Mi è sempre più chiaro che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi. L’arte è per tutti, e questo è il fine a cui voglio lavorare» diceva Haring e in un connubio magico, oggi, “l’omaggio” a un grande artista gay, le cui opere sono state cancellate da Roma e tolte a tutti noi, verrà reso dall’opera-gioco di un non-artista che diventerà, per l’appunto, di tutti. Perché l’arte è di tutti. Di tutti noi. Grazie ad un democratico vero, ecologista di governo, politico eclettico, innovatore e pieno di colori, proprio come le sue creazioni e i suoi miti artistici.

Filed under: Articoli

Lascia un commento

(obbligatorio)

(obbligatorio), (Nascosto)

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

TrackBack URL  |  RSS feed dei commenti a questo articolo.


Ciao Mario.

Mario ed io. Insieme.

Bersani sui referendum

Calendario eventi
febbraio 2012
L M M G V S D
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
272829EC

Categorie

Partito Democratico

Siti amici

Amministrazione e RSS